Viviamo ormai da diversi decenni il fallimento di quel progetto di vita che si chiama matrimonio, condividere la schiacciante routine, quella quotidianità che appiattisce l’entusiasmo e che spinge ad andare avanti è minata nei nostri giorni da una società sempre in fermento, un’evoluzione costante che ci impone di procedere sempre e comunque, anche a costo di perdere pezzi, lasciare dietro di noi le parti più vere e autentiche di noi stessi.

La separazione, che sia voluta o subita lascia strascichi enormi, costringe a confrontarsi con quel famoso progetto che non è andato, che per qualche strano motivo avrebbe dovuto funzionare ma che invece ha ceduto al cambiamento, al non sopportabile.
Chiunque viva una situazione di questo tipo conosce bene l’angoscia che si prova a dover ricominciare, l’angoscia che si vive nel dover fare i bagagli e lasciare un pezzo di vita, abbandonare l’immagine di sé che fino a quel momento aveva avuto e poi ricostruire, anche quando non vorresti ricostruire, anche quando ricostruire significa abbandonare.

Nel migliore delle ipotesi però, si ricomincia, ci si rimette in gioco e si riparte, nel migliore delle ipotesi si riscopre un’indipendenza che non si credeva di volere, una libertà che si credeva di aver perso. Nella peggiore delle ipotesi invece la vita stenta a procedere, i pensieri sono impegnati nella ricerca delle cause, nel senso di colpa di aver sbagliato qualcosa, di non aver dato abbastanza e in alcuni casi la solitudine può lasciare il posto a palliativi, forme di compensazione malsane, isolamenti per cui, nulla più vale la pena di essere vissuta sulle note del fallimento più grande della propria vita.

Il tutto si complica poi, quando si stenta ad accordarsi, sulla casa, sulle questioni economiche, sui figli, quando l’accordo salta e la separazione diventa giudiziale,  quando ti ritrovi in un’aula di tribunale, vicino alla persona con cui credevi di vivere la vecchiaia e invece adesso è un estraneo.

Il processo di separazione e il divorzio sono appunto processi che comportano un’evoluzione e un rimodellamento delle relazioni familiari, dal punto di vista coniugale, genitoriale, o più largamente per le piccole comunità che ruotavano intorno alla famiglia stessa. Secondo gli autori Bohannan e Kaslow (1981), esistono delle fasi che la persona in fase di separazione o divorzio vive, parliamo della fase del divorzio emotivo, una primordiale fase, antecedente alla separazione e che vede lo sgretolamento della coppia, fase in cui spesso viene richiesta una consultazione psicologica; poi avviene il divorzio legale, poi quello economico. Dopo questi primi tre processi di sconvolgimento, avviene forse la fase più dolorosa di questo processo, il divorzio genitoriale, quello in cui ci si ridefinisce come genitori, questo ha spesso interferenze con gli aspetti economici ed è motivo di accanimento e di vendette per il coniuge che ha tradito o che ha lasciato. Di seguito c’è il divorzio dalla comunità, poiché “separarsi significa allontanarsi da tutti gli altri”, da tutti gli altri che prima si frequentava in coppia, dagli amici di vecchia data del coniuge che si frequentava da tantissimo tempo e adesso diventano degli estranei, dai luoghi di sempre, da quello stabilimento al mare in cui i bambini hanno giocato per tutta l’infanzia, dai familiari, ai colleghi di lavoro. Infine secondo gli autori si trova il divorzio psichico, quella fase che come dicevamo all’inizio, richiederebbe di trovare la propria progettualità individuale, un completo rimodellamento personale.

Conflitto è probabilmente il termine che meglio consente di interpretare le forze psichiche coinvolte nel processo di separazione, uno degli aspetti più dolorosi che vengono trattati nel supporto psicologico è infatti l’ambivalenza che spesso si vive, ambivalenza tra l’immagine posseduta fino al momento della separazione e quella nuova che stiamo cercando. È una dura ricerca, che passa per stati di profondo sconforto a momenti di euforia, da stati depressivi a stati di incombente speranza per il futuro, si vive l’impotenza, l’amarezza della perdita ma anche la messa in gioco di potenti risorse che spingono a guardare fuori a rimettersi in carreggiata e cambiare.

Questo è l’obiettivo del supporto, il cambiamento, la persona viene accolta e supportata nel processo di trasformazione che non può esimersi dal vivere tutte le fasi del dolore, per espiare la sofferenza, trovare le risorse per affrontarla e per riemergere, con capacità che spesso non si credeva neanche di possedere. L’obiettivo è proprio questo, rinascere ancora una volta, con le nuove conoscenze che quell’esperienza di dolore ha dato, tenendo sempre a mente il proprio passato, non rilegandolo in un cassetto chiuso a chiave, ma un passato che fa parte della nostra storia, del nostro vissuto e costruire il nuovo futuro che con la forza e l’esperienza del passato può dar vita a una realtà diversa, forse più autentica di quella che si ha lasciato.